Gli animali selvatici non amano farsi toccare, né dai loro simili né tantomeno da noi: il contatto fisico, salvo rare eccezioni, è una prerogativa dei cuccioli e della madre, e si esaurisce con la fase dello svezzamento. Gli adolescenti e gli adulti tendono ad evitarlo, e anzi lo percepiscono come un atto di aggressione, un’intrusione non autorizzata nel proprio spazio (la cosiddetta comfort zone, cioè l’area o il luogo in cui l’animale si sente sicuro, al riparo da minacce e sereno). Fa eccezione il grooming, cioè la pulizia e la cura del corpo, che per esempio nelle scimmie (che si spulciano a vicenda) o nei leoni (che possono leccarsi l’un l’altro) ha una funzione sociale molto importante perché rafforza i legami all’interno del branco, contribuisce a scambiarsi l’odore caratteristico che suggella l’appartenenza al gruppo, e stabilizza la relazione gerarchica: è sempre un animale di rango inferiore, infatti, a «pulire» un compagno più importante di lui.

L’affettività, negli animali selvatici, non si esprime dunque con il contatto – come per esempio facciamo noi con gli abbracci, le strette di mano, le carezze o le coccole – ma attraverso la prossimità: stare vicini senza toccarsi è la modalità affettiva fondamentale del branco.

Perché invece i cani e i gatti non soltanto accettano le nostre carezze, ma a volte sembrano addirittura esigerle? Il lungo processo di domesticazione ha sviluppato un fenomeno noto come neotenia: in sostanza, l’animale domestico adulto conserva gran parte delle caratteristiche fisiche e soprattutto psicologiche del cucciolo. È stato Konrad Lorenz a indicare i cosiddetti «segnali infantili» che sopravvivono nell’adulto (per esempio gli occhi grandi o la disponibilità a giocare), e che sono veri e propri inviti alle cure parentali, cioè all’interazione anche fisica con un adulto che, appunto, si prende cura del cucciolo proprio come farebbe la madre. Quando carezziamo o stringiamo a noi con affetto un animale domestico, nella sua mente si riproduce lo schema fondamentale dell’infanzia, al cui centro c’è naturalmente l’allattamento, cioè una forma di contatto piena e per dir così integrale.

Non tutti gli animali, però, sono uguali, e il carattere e il rango incidono sulla predisposizione e la disponibilità a farsi coccolare. Bonnie, la nostra capobranco, ha una personalità molto forte e un’alta considerazione di sé: le coccole, dopo un po’, sembrano stufarla, e sceglie educatamente di allontanarsi. Ma, a meno che non percepisca qualche stimolo esterno che la induca a intervenire, non se ne va per i fatti suoi: guadagnata una distanza di un metro o due, si distende rilassata e comincia a sonnecchiare serena. Si comporta cioè come i suoi antenati lupi, esprimendo l’affetto attraverso la prossimità.

Al contrario, il giovane Valentino comincia a scodinzolare festoso non appena si avvicina qualcuno (anche un perfetto estraneo!), si lascia cadere a terra nel classico gesto di sottomissione e sembra non stancarsi mai delle coccole, che potrebbero letteralmente durare per ore. Non ha neppure due anni, e dunque questo comportamento potrebbe cambiare con l’età (un cane diventa psicologicamente e fisicamente adulto intorno ai tre anni), ma ho l’impressione che non sarà così, proprio perché è soprattutto il rango e il ruolo sociale a determinare buona parte del comportamento. E Valentino sembra avere a tutti gli effetti la mente di un cucciolone.

Quando i nostri maremmani sono soli tra loro, riaffiora la modalità-lupo: si sistemano a pochi passi l’uno dall’altro e così rimangono per ore intere, a volte spostandosi e cambiando di posto, ma sempre mantenendo la prossimità che sancisce e suggella il legame del branco. Osservarli è uno spettacolo: è come se si riuscisse a percepire, nella calma assoluta della loro vicinanza, un’energia comune e condivisa che li lega e li affratella.

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