Dal posteriore di ogni autobus della capitale un Calenda a mezzo busto, versione «slim-fit», ci guarda e dice: «Roma, sul serio». Se si riferisce a se stesso (di solito è così con Calenda) vorrà dire che lui è serio e gli altri no, o che ci crede sul serio sennò non avrebbe speso tutti questi soldi per la campagna elettorale.     Ma se si riferisce a Roma dobbiamo dissociarci: la situazione della città è sì grave, ma non seria, per parafrasare il motto di uno che la conosceva bene, Ennio Flaiano.

E infatti, a parte Calenda che si è candidato da solo, gli altri tre potenziali sindaci della Capitale d’Italia sono scelte obbligate, o non scelte, dei partiti che li sostengono. Il gruppo dirigente del M5S, si sa, la Raggi l’avrebbe tenuta volentieri a casa, anche perché la sua corsa smentisce la sacra norma del doppio mandato. Gualtieri è lì anche per la rinuncia del nome vincente, Zingaretti, che non ha voluto rompere la luna di miele con Conte sfidando la sindaca. Il pressoché sconosciuto Enrico Michetti, poi, è uscito dal cilindro della Meloni, la «maghetta» del centrodestra convinta di poter trasformare il «tribuno» delle radio romane in re, ma per renderlo digeribile ha dovuto accettare la scorta: a fianco una candidata vice sindaco, Simonetta Matone, e alle spalle un candidato assessore alla cultura, Sgarbi.

Non si accettano ironie sulla modestia dei nomi. La storia di Roma è piena di homines novi. D’altra parte, se è vero che Parigi ha avuto come sindaco Chirac, Londra Boris Johnson e Berlino Willy Brandt, nessuna di queste grandi capitali europee può vantare né Cesari né Papi. Ed è infatti su questo grande passato che il Michetti, modestamente, vuole costruire il suo futuro. Interrogato dal Corriere sul programma ha ammesso con onestà che ci sta ancora lavorando, ma sull’ispirazione non ha dubbi: seguire le orme di imperatori e pontefici, che «costruivano ponti, strade, acquedotti, anfiteatri per il benessere dei cittadini». Se fa anche un paio di archi di trionfo, saranno felici i «centurioni», che avranno più fondali per le foto con i turisti mentre fanno il saluto romano (pardon, «igienico», come lo ha definito il neo candidato in un empito nostalgico).

Un sindaco che vuole costruire i Colossei del ventunesimo secolo sarebbe davvero un bel contrappasso per i romani, appena usciti dai cinque anni di una sindaca che non è riuscita neanche a costruire il nuovo stadio della Roma, pur volendolo, senza dire delle discariche e degli impianti che servirebbero per non mandare fuori la gran parte dell’immondizia dei romani, che ora gli altri si sono stufati di prendere e infatti resta nelle strade, senza dire della candidatura rifiutata per le Olimpiadi, senza dire dei tombini che restano intasati e allagano i quartieri, senza dire di topi, cinghiali e pantegane, senza dire… aggiungete voi. D’altra parte il giudizio sul funzionamento dei servizi essenziali della Capitale l’ha dato la sindaca stessa, cambiando sedici assessori in cinque anni, cinque amministratori dell’azienda dei rifiuti, tre di quella dell’acqua e sei di quella dei trasporti.

Però l’eredità Raggi va letta con attenzione. La prova di governo dei Cinquestelle cominciò infatti con una comprensibile ossessione: o-ne-stà. Solo che per eliminare il malaffare, che c’era, la Raggi ha fermato per anni anche gli affari correnti. Ha messo l’Urbe in coma farmacologico, ha sospeso tutte le funzioni vitali della città, così che nessun organo si potesse ammalare. Come una bella addormentata, la città eterna è scivolata in un sonno profondo, plasticamente evidente durante i mesi del lockdown, quando senza più persone, traffici, trasporti, lavoro, turisti, movida, vita, era bellissima.

Questo stile di governo ha i suoi estimatori in città. Gli stessi che dei Cinquestelle hanno amato la decrescita felice, il reddito di cittadinanza, e i negozi chiusi alla domenica. Non sono pochi e comunque sono agguerriti. Nelle urne non scompariranno. Anzi, si può dire che le competizioni elettorali cominciate ieri in realtà siano due. La prima, per usare un termine ciceroniano, è tra i «populares», oggi detti populisti: sia Raggi sia Michetti cercano gli stessi voti, i voti del popolo che si possono mobilitare contro le élite. Si giocheranno uno dei due posti al ballottaggio. L’altra gara è tra gli «ottimati», quelli che invece cercano il voto dei ceti medi riflessivi, non solo nella Ztl, ma anche a Parioli e Testaccio, a Prati e Roma Nord. Uno è Gualtieri, una persona onesta, un riformista con le scuole giuste, ma più a suo agio nelle atmosfere ovattate dell’Europarlamento che nella lotta di gladiatori che promette di essere la campagna elettorale capitolina. Ha dietro di sé l’organizzazione di un partito che qui ha sempre saputo come prendere voti, ma ha anche sempre saputo poi farli pesare sul sindaco (vedi Marino). Il suo concorrente è Calenda, golden boy dei centristi, che ha un piano per ogni problema e un problema nel credere che questo basti per vincere, perché la democrazia non è il governo dei migliori, ma di quelli che prendono più voti.

In un mondo ideale, in finale dovrebbero arrivare i campioni dei due schieramenti, e lì giocarsela. Su chi abbia più capacità di sfondare al secondo turno ho le mie idee, ma me le tengo. Perché Roma è una sorpresa da 28 secoli, meglio non azzardare. Ciò che di cui si può essere sicuri è che a vincere o perdere saranno i i candidati, non i partiti. Per far loro un complimento, Enrico Michetti ha detto ieri che «sono come la cartilagine con il ginocchio». Ecco.

10 giugno 2021 (modifica il 10 giugno 2021 | 22:48)

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