Davanti alla fabbrica con gli operai licenziati della Whirlpool e in piazza insieme ai braccianti invisibili, sulle terre confiscate alla camorra e per le strade a consegnare cibo durante la pandemia. Flavio Insinna non è tipo da tirarsi indietro quando si tratta di temi sociali. Spesso e volentieri è al fianco della ong Emergency, di cui è un sostenitore convinto da molti anni e con cui ha condiviso ideali ed esperienze andando a conoscere da vicino i progetti in Italia, dalla Sicilia al Veneto, e supportando attivamente i volontari nell’aiuto alle famiglie in difficoltà. «Ho avuto la fortuna di nascere nell’emisfero giusto, di crescere in una famiglia solida e di scegliere un mestiere che mi ha reso popolare. Ma cerco sempre di mettermi nei panni degli altri, di immaginare cosa provi chi, dall’oggi al domani, si trova costretto a chiedere aiuto», dice l’attore e presentatore tv che entra tutte le sere nelle case degli italiani.

Le code per il cibo

Insieme ai volontari di Emergency citofona per consegnare i pacchi solidali del progetto «Nessuno escluso»: in un anno, oltre 100mila scorte di cibo e prodotti per l’igiene che sono andati alle famiglie più colpite dalla pandemia. «Gino Strada, quando ha visto la coda chilometrica di persone alle mense di Milano, è entrato in azione con “Nessuno escluso”, il primo intervento di Emergency di tipo non sanitario. In tanti si sono rimboccati le maniche e anche io ho consegnato i pacchi a Catanzaro e poi a Roma», spiega. Ed è stato in quelle occasioni che la pandemia ha mostrato le sue conseguenze: «In fila ci sono italiani e stranieri. Ricordo ancora una mamma arrivata con una macchina sgangherata, col bambino piccolo seduto dietro: noi cercavamo di sorriderle, ma lei aveva in faccia tutta la stanchezza e l’imbarazzo. E quando arrivi a consegnare i pacchi in piazza Mazzini, un quartiere borghese della Capitale, ti rendi conto che il castello di carte è ormai venuto giù e che la fragilità è ovunque». La crisi economica, unita alla pandemia, rischia di innescare una bomba sociale. «Dietro parole “neutre” come tagli, esuberi e perdita dell’indotto ci sono persone, famiglie e piccole aziende stritolate. Non accetto che tutto questo accada per una gara al profitto ed è per questo che, finché potrò, sarò a fianco dei lavoratori».

Insinna conosce bene la realtà della Whirlpool: è andato a Napoli pochi mesi fa. E quella della baraccopoli di San Ferdinando, visitata insieme a Emergency. «Vengono chiamati invisibili, ma solo da chi fa finta di non vederli e di non sapere che lavorano per paghe vergognose. Loro sono lì a un minuto di macchina dal centro abitato. Mi chiedo: se potessero votare, la politica sarebbe ancora così distratta?». Un discorso che vale anche per i migranti: «Mio padre era un medico e ha lavorato anche per la Marina Militare. Mi ha insegnato le regole del mare: chi è in pericolo deve essere sempre portato al sicuro». Oggi, invece, la politica dibatte di tassa sull’eredità. «Io che “L’eredità” la conduco in tv penso che quelli più fortunati debbano dare di più. Possiamo definirlo un contributo per aiutare le persone, visto che siamo una comunità. Come succede in famiglia – spiega – quando di fronte alle difficoltà ci si aiuta ognuno con i mezzi che ha. Oggi siamo tutti chiamati a moltiplicare gli sforzi per aiutare il prossimo». Una lezione che ha imparato da bambino: «Avrò avuto 7 o 8 anni, ero alle elementari dalle suore che misero su una colletta per una scuola in Africa. Sono tornato a casa e ne ho parlato con i miei. Ma non restarono solo parole: mio padre in quel periodo lavorava alla Fondazione Santa Lucia, l’ospedale romano che si occupa di neuroriabilitazione. Mi portò con lui e lì vidi per la prima volta persone che giocavano a basket su una carrozzina. È come se il mondo si fosse aperto davanti ai miei occhi: oggi tifo ancora per quella squadra». Insinna ammette di essere stato fortunato: «I miei genitori mi hanno insegnato a guardare il mondo attraverso il prossimo. Ripetevano che non solo potevo, ma dovevo dare una mano e io questo concetto ce l’ho dentro. Ed è il migliore antidoto contro il “più lurido di tutti i pronomi”, l’io che Calvino chiamava “il pidocchio del pensiero”».

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