di Vera Martinella

La maggior parte dei genitori tace, credendo di proteggere la prole, ma i numeri indicano che il 96% di bambini e ragazzi subisce un contraccolpo psicologico

Il silenzio non aiuta, anzi. Per quanto il primo istinto di qualsiasi genitore sia quello di proteggere i propri figli da qualsiasi brutta notizia, se mamma o papà si ammalano di cancro è meglio affrontare l’argomento anche con i bambini. Spiegare loro ciò che sta accadendo, con modi adeguati all’età e chiedendo aiuto a uno psicologo, è utile e li può proteggere da un maggiore impatto traumatico dovuto all’angoscia di non comprendere  i fatti che coinvolgono la famiglia. A mettere in luce il tema, troppo poco affrontato,  è stato uno studio presentato recentemente durante il convegno annuale della European Society for Medical Oncology (Esmo), le cui conclusioni sottolineano la necessità di un’adeguata comunicazione ai figli bambini e adolescenti dei pazienti oncologici, con un beneficio sia per i ragazzi che per i malati stessi.

Lo studio: cambiamenti nel 96% dei figli

Ogni anno in Italia circa 370mila persone si ammalano di cancro. Molte di loro guariscono o convivono per anni con la patologia e dopo le terapie tornano alla loro quotidianità lavorativa e familiare. Ma sentirsi diagnosticare un tumore è sempre uno choc e l’impatto della malattia sul benessere psicologico dei pazienti e dei loro familiari continua a essere rilevante nei mesi, talvolta negli anni, a seguire. «La diagnosi di cancro irrompe in modo pesante e persistente nella quotidianità del paziente e dell’intero nucleo — dice Carlo Alfredo Clerici, psicoterapeuta e professore associato di Psicologia clinica dell’Università degli Studi di Milano —. Nascondere tutto ai bambini diventa un compito gravoso, se non impossibile con l’evolversi delle cose. Una difficoltà che si aggiunge alle molte altre che sia il genitore malato sia quello sano devono affrontare a livello pratico e psicologico. Un peso enorme da portare che non giova ai figli, che comunque respirano la paura e le tensioni attorno a loro senza riuscire a darsi una spiegazione».  La resistenza sociale e culturale verso la comunicazione della diagnosi ai figli risulta evidente dagli esiti di uno studio che ha coinvolto 103 pazienti oncologici in Tunisia, il 90% dei quali ha dichiarato d’aver avuto problemi di comunicazione in famiglia e oltre il 40% dei quali ha ammesso di non aver detto la verità ai bambini. L’intento predominante è quello di proteggerli, ma i numeri indicano che la strategia non funziona: il 96% dei malati, infatti, ha notato cambiamenti dei figli che vanno da vari livelli di ansia e depressione, fino all’impatto sul rendimento scolastico o ai comportamenti violenti. Solo un genitore ogni nove, però, ha consultato un pediatra, uno psicologo o un medico. Il confronto, per quanto difficile, è meglio del silenzio anche per il paziente stesso e per l’altro genitore.

Il sostegno dello psicologo aiuta tutta la famiglia

«Può essere utile che siano gli oncologi a chiedere ai loro pazienti come vanno le cose in famiglia, incentivandoli (quando ci sono difficoltà) a chiedere aiuto a uno psicologo specializzato che può agevolare il dialogo — commenta Clerici —. Bambini e adolescenti vivono le loro emozioni e non capire ciò che accade a mamma e papà genera un carico emotivo che può e deve essere alleggerito. E le cose peggiorano ulteriormente nel caso si arrivi alla morte del paziente, un trauma al quale i figli vanno preparati gradualmente, con una comunicazione adeguata alla loro età e che va calibrata nel tempo, nel caso la salute del genitore peggiori». Di paura, rabbia, angoscia, disturbi del sonno e della sfera emotiva soffrono praticamente tutte le persone quando scoprono la presenza di una neoplasia, nell’immediato e, non di rado, anche nei mesi o anni successivi. Disturbi d’ansia e depressivi interferiscono in maniera significativa sia con l’adesione alle cure sia con la qualità della vita e diverse statistiche hanno dimostrato che circa il 70% dei malati mostra sintomi di malessere, ma solo un terzo dei casi di disagio psichico grave viene riconosciuto. Diverse ricerche hanno però dimostrato che, con il giusto sostegno, la situazione può migliorare notevolmente per i diretti interessati e per i loro caregiver.

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