Già incassati 15 milioni, potevano arrivare a 60. I novemila «fantasmi» romeni e la complicità dei Caf

Quasi non credevano ai propri occhi gli inquirenti della Guardia di Finanza di Cremona e Novara quando hanno visto i loro indagati romeni di truffa aggravata allo Stato postare sui social come TikTok alcuni festosi video nei quali si riprendevano mentre, con musiche arabeggianti di sottofondo, contavano mazzette di euro e sventolavano banconote disseminata per casa sul lettone dei bambini.

I novemila «fantasmi»

Ma se questo per la giudice delle indagini preliminari Teresa De Pascale è segno dell’«allarmante spregiudicatezza» di alcuni dei 16 arrestati giovedì per la truffa allo Stato da 15 milioni di euro sul reddito di cittadinanza, fatto figurare come chiesto da 9.000 «fantasmi» romeni finti residenti in Italia da 10 anni, più allarmante nella sostanza è che gli indagati si stavano «preparando per una nuova tornata del reddito di emergenza, nel mese di novembre, ciò denotando che le attività delittuose non sono mai cessate e sono in corso di svolgimento». E del resto, già solo con il monte-istanze già depositato per conseguire non solo il reddito di cittadinanza ma anche il reddito di emergenza, la banda di truffatori romeni avrebbe lucrato complessivamente 60 milioni di euro se a inceppare il meccanismo non fossero arrivati ieri gli arresti chiesti dal pm Paolo Storari con il visto del procuratore aggiunto Maurizio Romanelli.

Il trucco e la rete delle complicità

Una cuccagna così semplice da essere altrettanto facilmente replicata, visto che bastava presentarsi agli sportelli di uno dei soci italiani dei Caf complici, e (senza alcuna delega) presentare pacchi di nominativi di asseriti richiedenti, numeri di cellulare appena attivati, indirizzi inventati e spesso concentrati su uno stesso palazzo (come 686 richiedenti teorici tutti in piazzale Selinunte, 618 in via Degli Apuli, 566 in via Giambellino, 553 in via Bolla). E poi bastava dire — letteralmente a voce in alcuni casi — che quelle persone esistevano, stavano in Italia da 10 anni, e avevano i requisiti per poter ottenere il reddito di cittadinanza. Si è così instaurata «una procedura “parallela” — come la qualifica ora la giudice De Pascale — caratterizzata dalla completa elusione delle più basilari disposizioni legalmente sancite», e tale da permettere «l’accettazione di domande solamente sulla base di liste di nominativi, in assenza di qualunque accertamento sull’identità». Un meccanismo apparentemente semplice, questo ideato da una dozzina di romeni di stanza in provincia di Cremona, evidentemente «legato alla conoscenza di cavilli procedurali relativi alla fase istruttoria delle domande per l’ottenimento del reddito di cittadinanza», ma che aveva la sua imprescindibile sponda negli italiani di alcuni patronati e Caf-Centri di assistenza fiscali, per i quali faceva premio la prospettiva dei 10 euro di compenso che l’Inps riconosce a rimborso di ogni pratica istruita. «Rappresento che i miei due soci — ha ad esempio testimoniato uno degli italiani di questi Caf — mi hanno portato a conoscenza dell’esistenza di questo sistema volto a far riconoscere il reddito di cittadinanza a romeni e gestito da procacciatori di documenti di cui non conosco i nomi. A fronte di tale situazione io mi sono opposto ai miei soci, in quanto nella gestione di un simile sistema vedevo solo problemi. Ma i miei soci, di diverso avviso, mi hanno accusato di essere colui che non voleva collaborare…».

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