«Avevo un negozio nel centro di Kabul, vendevo articoli per la casa e di artigianato, qualche souvenir, agli americani e agli europei. Sono un pashtun, ma ai talebani questo importa poco: mi avevano visto parlare con gli stranieri e se la sono segnata. Cinque giorni prima della presa della capitale sono venuti da me e hanno detto che, una volta calmate le acque, sarebbero tornati per tagliarmi la testa». Comincia così il racconto di un 40enne afghano, un commerciante ora ospite di Villa Monte Mario, struttura sanitaria dove si trovano altri 51 connazionali fuggiti da Kabul, appena in tempo prima delle bombe dell’Isis.

È disperato, e lo ha raccontato ai medici del Samifo (Salute migranti forzati), coordinati da Giancarlo Santone della Asl Roma 1, nell’ambito del progetto europeo «Icare» al quale partecipano Lazio, Toscana, Emilia Romagna e Sicilia. L’uomo preferisce restare anonimo per evitare rappresaglie contro la sua famiglia. «É rimasta a Kabul. Ci siamo persi nella calca all’aeroporto con mia moglie e quattro dei nostri otto figli. C’era il rischio che morissero schiacciati dalla folla – racconta il commerciante sotto choc -. Ho gridato loro di tornare a casa. Non li ho più visti, nè sentiti. È terribile».

La task force delle Asl (otto fra medici e infermieri per ogni intervento) ha anche assistito un nucleo familiare composto da una madre e quattro figlie, rimaste sole senza marito e fratelli che non sono riusciti a rientrare nei flussi in aeroporto. «Siamo sconvolte, la situazione degenera di ora in ora. Lo sapevamo prima e si sta verificando», spiegano. Si sentono sole, senza protezione.

«Piangono insieme, una scena drammatica», afferma proprio Santone. A Roma e nel Lazio sono oltre un migliaio gli afghani assistiti, alcuni rimarranno in regione, altri invece avranno altre destinazioni in Italia, ma anche all’estero. Non si esclude che nella Capitale, dove per ora la Prefettura ha trovato una sistemazione a 74 persone, tornino alcuni degli sfollati ora nel maxi centro dell’Esercito a Riva del Garda (Trento) dove sono in oltre 1.300. Fra le storie più dolorose quella di un’anziana madre, costretta sulla sedia a rotelle, che ha riferito di aver appreso una volta a Roma dell’uccisione dei due figli da parte dei talebani.

Ma ci sono anche quelle di chi è riuscito a fuggire da Herat, dove si trovava la base degli italiani, pagando anche mille euro per passare i posti di blocco dei talebani e delle bande di rapinatori. Persone che avevano collaborato con il personale militare e civile italiano e per questo con il destino ora segnato. «A Monte Mario abbiamo visitato 52 persone, a Sacrofano altre 132, a Roma Sud circa due hotel, adesso andremo allo Sheraton – afferma Santone -. Qualcuno di loro è vaccinato contro il Covid con sieri J&J, Astrazeneca, quelli cinesi e indiani. Per noi ora hanno tutti l’stp, ovvero lo status di temporaneamente presente, in modo da poterli sottoporre a tutti gli accertamenti medici necessari. C’è gente malata, diabetica, un paio di giovani incinta al nono mese che hanno bisogno di assistenza continua». È probabile che i loro bambini nascano proprio a Roma, finalmente al sicuro.

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