Difficile trovare nel vocabolario una coppia di sillabe altrettanto ricca di significati, capace di aver stimolato curiosità e intelligenza da oriente a occidente, tanto importante da collocarsi come condizione di partenza di ogni inizio. E talmente forte da essersi imposta invariata in moltissime lingue diverse. Ecco, questo è lo zero.

Per cominciare

Secondo il significato principale lo zero indica una quantità numerica nulla, la mancanza di ogni unità e corrisponde a un insieme vuoto di elementi. È il numero cardinale che precede ogni numero intero positivo nella serie dei numeri naturali. Sintetizza la Treccani: «Primo numero della successione naturale 0, 1, 2, 3, ecc., unico numero naturale che non sia il successore di un altro». Ma il concetto di zero in Occidente viene trasmesso solo nel 1202 dal Liber abbaci del matematico pisano Leonardo Fibonacci: la parola «zero» è la versione toscana del latino zephirum con il quale Fibonacci aveva reso l’arabo sifr, diffondendo in Europa la numerazione indo-araba che usiamo oggi grazie soprattutto all’opera del matematico persiano Muhammad ibn Musa al Khwarizmi, vissuto tra l’VIII e il IX secolo dopo Cristo.

L’origine indiana

Per raccontare come l’umanità si sia accorta dello zero, ci affidiamo per competenza (e un’infinita nostalgia) alle parole di uno dei più importanti divulgatori scientifici che abbiamo avuto, Pietro Greco, scritte per il sito «scienzainrete.it»: «Il primo ad averlo scoperto o inventato – la discussione sul realismo matematico e sulle sue implicazioni (un numero si scopre o si inventa?) è ancora aperta – è stato, che si sappia, un grande matematico indiano, Brahmagupta, vissuto tra il 598 e il 668 dopo Cristo e autore di un libro, il Brahmasphuta Siddhānta, dove, secondo lo storico Carl Boyer, propone “il primo esempio di aritmetica sistematica comprendente i numeri negativi e lo zero”. In realtà, nel suo Siddhānta, Brahmagupta propone anche altro – per esempio, un’algebra molto avanzata con soluzione generali per equazioni di secondo grado – ma fermiamoci allo zero».

Il ruolo dell’islam

Lo zero come simbolo necessario per la numerazione, ma non come numero vero si sposta verso occidente. «Nel 662, infatti – racconta ancora Pietro Greco – un vescovo nestoriano, Severo Sabokt, che vive a Damasco, capitale del nuovo impero islamico che si va formando, è il primo a riferire che al di là dell’Indo ci sono matematici raffinati che utilizzano un sistema di numerazione posizionale superiore a ogni altro per praticità ed efficacia che si fonda su nove cifre più il simbolo dello zero. Già nel VII secolo, dunque, l’Islam assume e utilizza il sistema di numerazione posizionale indiano – che è poi il sistema di numerazione che usiamo ancora oggi – portandolo sulle sponde asiatiche e africane del Mediterraneo. Ed è a questa numerazione fondata su nove cifre più il simbolo zero che farà riferimento anche il più grande matematico arabo, al-Khwārizmī (vissuto tra il 780 e l’850), autore di un’opera molto nota, Al-jabr, latinizzato come Algebra. Il grande al-Khwārizmī illustra nel dettaglio questo sistema di numerazione e ne attribuisce correttamente la paternità agli indiani. Purtroppo non aveva avuto notizia che i suoi colleghi al di là dell’Indo erano andati oltre e, con un ulteriore passaggio logico, avevano elevato lo zero e “numero vero” ».

Il primo anno dell’epoca moderna

L’intuizione di Fibonacci ebbe una conseguenza sul calcolo degli anni a partire dalla nascita di Cristo. Prima di lui infatti lo zero non esisteva e quindi non veniva contato. Era stato nel 533 il Monaco Dionigi il Piccolo a calcolare che Gesù fosse nato nell’anno 753 dalla Fondazione di Roma. Come ha scritto Gian Guido Vecchi per il Corriere della Sera i quattro vangeli non indicano né la data di nascita né quella della morte di Gesù e quindi è un calcolo che va completamente rifatto.

Comunque da qui si parte

Se lo zero è un punto iniziale, per estensione è arrivato a significare lo stadio iniziale di una grandezza o di un valore. Per ogni calcolo è proverbiale «partire da zero», così come un’ attenta correzione tende a ridurre a zero di errori e se fa veramente freddo vuol dire che la temperatura è scesa sotto zero. Sono moltissime le locuzioni che utilizzano questa parola come base. Il meridiano di Greenwich da cui convenzionalmente si parte per calcolare il riferimento a tutti i meridiani del globo terrestre è conosciuto come «meridiano zero». Il momento in cui deve scattare una determinata operazione lo chiamiamo «ora zero» e quando si critica spietatamente qualcuno è il momento in cui si «spara a zero».

Perché si «spacca»

Nella grafia lo zero somiglia alla O maiuscola, ma è più esile. In ogni caso per evitare fraintendimenti è uso comune tracciare una barra trasversale sullo zero: questa linea ci offre lo «zero barrato» o «zero sbarrato» che è impossibile da confondere con la lettera. O da alterare. Anche nella valutazione scolastica lo zero si è ritagliato uno spazio come voto più basso in assoluto. O come lo «zero in condotta» minacciato per sanzionare comportamenti gravi. Lo «zero spaccato» è un’espressione per indicare appunto un voto pessimo (incredibile che qualcuno pensi di usarlo o se ne conservi la memoria). Generazioni di leggende raccontano di questi zero che «prima» di essere spaccati, diventavano dei sei, dei nove e via così.

E un giudizio di valore

Se lo zero è il punto di partenza di una scala di valori e ne rappresenta il punto più basso, è stato semplice nel linguaggio adottarlo come espressione negativa. «Le tue parole valgono zero». «Tu conti meno di zero». Un insulto tipico di chi considera il valore in base a concetti numerici. Lo zero è un mistero meraviglioso, ma i tanti zero che incontriamo e che usano questa bella coppia di sillabe come insulto, si riconoscono subito. Non serve nemmeno sbarrarli.

Source

0
Would love your thoughts, please comment.x
()
x